Mercy Home

scritto da Suomiblue
Scritto Ieri • Pubblicato 22 ore fa • Revisionato 13 ore fa
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Testo: Mercy Home
di Suomiblue

Galleggio lentamente nella mia vasca, sospeso in un'aria drogata. In sottofondo risuona dolcemente una musica per pianoforte (Beethoven?). Ho gli occhi chiusi, ma se li aprissi vedrei solo una pallida luce gialla che mi avvolge in un caldo bagliore.

Mi piace la musica del pianoforte, mi fa sentire calmo. Insieme alla sedazione, certo. La Struttura mantiene leggera la mia sedazione, perchè mi comporto bene. La Struttura conosce le mie abitudini, sono qui da molto tempo ormai. Devono essere anni, anche se non ho la percezione del tempo. Nessun calendario, nessun orologio. Solo la luce fioca che mi avvolge, tenendomi al caldo. 

Stamattina, la Struttura mi ha ricordato che mio figlio verrà a trovarmi oggi. Viene ogni settimana, alla stessa ora. Mentre il personale mi prepara per la sua visita, mi raccontano che lui è buono con me, rispetto alla maggior parte dei figli di altri ospiti qui, nella Struttura Mercy Home, dimenticati dalle loro famiglie. Annuisco e sorrido dolcemente, mormorando la risposta giusta. Pensano che la mia mente sia debole, come quella di tanti altri qui dentro. Non posso vedere fuori dalla mia bombola, ma la Struttura può vedere dentro, quindi rimango rinchiuso nella mia mente. Loro non possono vedere dentro la mia mente. Nella mia mente, non sono sospeso in una bombola di gas e aria. Nella mia mente me ne vado, lontano da qui.

Dove vado? Torno a casa, nella mia grande casa in campagna, con il tetto di tegole rosse e l'arco ricoperto d'edera, piena di mobili accumulati nel corso di una vita, carichi di ricordi. Per sessant'anni, io e mia moglie abbiamo vissuto lì, abbiamo cresciuto nostro figlio e siamo invecchiati. Avevamo un gatto nero con la pancia bianca di nome Cat Stevens: poi mia moglie è morta e il mio unico figlio mi ha accusato di senilità.

Suona la campanella che segnala la fine della mia sedazione: presto verranno a prendermi. Smetto di girare su me stesso mentre l'aria si fa rarefatta e affondo sul fondale della vasca. Aspetto.

Un piccolo oblò di vetro si apre, e una luce intensa filtra all'interno. Una mano gentile, lunga quanto il mio corpo, mi solleva da sotto le braccia e mi fa accomodare su una poltrona che sembra quella di una casa delle bambole. Osservo la ragazza gigantesca in uniforme della Struttura che si lava le mani in un lavandino grande come una piscina. Credo che sia una specie di infermiera. Anche mia moglie era infermiera, sebbene ai nostri tempi la Struttura non esistesse. Mi porgono un paio di occhiali da sole, mentre i miei occhi si abituano alla luce naturale. 

“Come si sente oggi, signor Connors?” tuona la sua voce.

Borbotto qualcosa mentre mi veste. Quando sono arrivato, mi vergognavo di quelle mani estranee che mi toccavano il corpo, mi spogliavano e mi rivestivano con quegli strani e ruvidi abiti della Struttura. Ma ora sono apatico. Forse è colpa della droga. 

Quando sono presentabile, mi accompagna in sala colloqui. Mi siedo in una poltrona e osservo i visitatori, di dimensioni enormi, parlare con i loro parenti in miniatura. Una volta ho sentito la storia di una famiglia che aveva portato a casa la nonna rimpicciolita dalla Struttura, solo per vederla finire sbranata dal suo amato cane.

Mio figlio compare all'improvviso, avvicinandosi a me con passo sicuro. Anch'io camminavo così, prima di venire qui. Si accomoda sulla sedia riservata ai visitatori e inizia a parlare nervosamente del suo viaggio in auto fino a qui, dell'imperizia degli altri automobilisti e di come sia assurdo che, con tutti i progressi tecnologici del mondo, non abbiamo ancora inventato auto che portino dal punto A al punto B senza guidare.

Mentre parla, lascio vagare la mente. Ero arrabbiato con lui perchè mi aveva costretto a venire qui. Certo, aveva bisogno del mio consenso, ma la pressione, finanziaria ed emotiva, mi ha costretto ad arrendermi. Mi chiedevo se volesse punirmi, se fossi stato un cattivo padre, se l’avessi trattato male, se provasse risentimento nei miei confronti. 

Adesso non mi pongo più domande. La fine si avvicina; lo capisco dal modo in cui il mio corpo cede alla sedazione. Ho chiesto di attenuarla, perchè so che presto dormirò a lungo. Voglio ripercorrere i miei ricordi, prima di andare verso qualunque cosa ci sia oltre. Vorrei tornare a casa. Ma so che non tornerò mai più a casa mia. 

 

La mezz’ora di macchina per arrivare alla casa di riposo di mio padre è la parte peggiore della mia settimana. Impreco mentre sterzo per evitare idioti incompetenti, suono il clacson e faccio gesti osceni a vecchiette scandalizzate che, a dire il vero, non dovrebbero nemmeno avere la patente. È incredibile che, con tutti i progressi tecnologici, io debba ancora guidare per arrivare dove devo andare. Sfogo la mia rabbia sulla strada, così che quando arrivo alla Struttura sono completamente svuotato di ogni emozione.

Ne ho sentito parlare per la prima volta quando stavamo cercando una casa di riposo per mio padre, diventato ormai preda della senilità. Ma al giorno d'oggi la domanda è alta, i prezzi esorbitanti e le strutture scadenti. Non volevo che venisse maltrattato o trascurato, e lui si era categoricamente rifiutato di andare in una casa di riposo. Ha tirato fuori anche la frase "Cosa penserebbe tua madre?"

Qualcuno mi ha parlato di questa struttura, l'avevano vista sul dark web, così ho portato mio padre qui per una consulenza. Ci hanno accolti calorosamente, ci hanno offerto del caffè e ci hanno sommersi di tecnicismi medici. Abbiamo visitato la Struttura mentre ci spiegavano i principi di base della tecnologia, di come fosse possibile ridurre le dimensioni di una persona, tramite un calore e una pressione estremi, fino alle dimensioni di una bambola di pezza, preservandone corpo e mente. Ci hanno mostrato una camera blindata, dove piccole persone anziane, addormentate in contenitori d'argento, galleggiavano lungo le pareti. Ci hanno descritto i vantaggi: meno farmaci necessari, meno cibo, meno sprechi, gestione più semplice di un gran numero di persone. Erano sedati per la maggior parte del tempo, svegliati a intervalli regolari per mangiare, fare esercizio e per le loro esigenze corporee.

Non era convinto. Ma la casa di riposo era fuori discussione, era tutto ciò di cui avevo bisogno. Non avendo altra scelta, firmò il suo testamento. Gli promisi di andarlo a trovare ogni settimana, e non ho mai infranto quella promessa. 

La Struttura è immacolata. La receptionist mi rivolge un sorriso di circostanza.

“Benvenuto alla Mercy Home, signor Connors.”

Lo fanno sempre trovare pronto ad accogliermi non appena arrivo. Nella sua vita precedente era un uomo imponente, maestoso; un operaio che desiderava una vita migliore per suo figlio. La sua presenza, anzi, la sua ombra, mi spaventava. Ora, mentre mi avvicino a lui, è minuscolo, sgonfio. Sembra stanco. Sembra sempre stanco.

Gli racconto della mia settimana. Lui ascolta, o forse no. Non riesco a capirlo, perchè annuisce e mormora al momento giusto, ma non mi fa mai domande. Io non gli chiedo mai come sta. So che non fa niente tutto il giorno. Torna nella vasca d'aria drogata e galleggia per ore, giorni, lasciato solo con i suoi ricordi sbiaditi e un sonno indotto dai farmaci. 

Dovrei forse vergognarmene? Non ci penso abbastanza a lungo da provare altro che sollievo. Non devo sacrificare la mia vita per prendermi cura di lui, né ipotecare la casa per finanziare i suoi ultimi anni. Non mi sento in colpa, perchè non sono il solo: migliaia di famiglie mandano i loro parenti anziani e morenti in queste strutture, che sono sorte in tutto il paese. Ormai è una cosa normale. Quindi dev'essere giusto.

Alla fine della nostra ora insieme, mi volto sempre dall'altra parte, per non doverlo vedere sollevato come un bambino e riportato nella bombola. Mi chiedo se gli manchi mai la sua casa, la vecchia casa con il tetto arrugginito e il giardino incolto, venduta per pagare il prezzo di vivere rinchiuso qui. Una sera, dopo aver bevuto da solo, preso da una morbosa curiosità sono passato di lì in macchina: il prato era tagliato, il tetto rifatto, il portone dipinto di un giallo allegro. Avrei voluto fermarmi e bussare, ma non l'ho fatto. Ho distolto lo sguardo, con gli occhi fissi sulla strada, e ho continuato a guidare. 

Deve sapere che non la rivedrà mai più. Morirà in questo luogo dimenticato da Dio in cui l'ho rinchiuso. L'ironia di chiamare questo piccolo angolo d'inferno "Mercy Home" mi fa rabbrividire. Mi chiedo se la sua mente sia ormai troppo deteriorata per comprendere, o se sappia più di quanto dia a vedere. Potrei rimuginare se ho fatto la cosa giusta, ma a che scopo?

Mentre mi allontano in macchina, la struttura della Mercy Home sembra rimpicciolirsi sempre di più, e io me ne dimentico, almeno per un'altra settimana.

Mercy Home testo di Suomiblue
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